Siamo sicuri che in Calabria il problema sono loro, gli immigrati? O chi da loro ottiene il massimo rendimento?
Il loro è un modo di reagire ad un sistema di sfruttamento della manovalanza che li esaspera. Forse è il caso di prendere una lezione da tutti questi uomini vessati, maltrattati e sottopagati che sono costretti a vivere in una situazione di perenne miseria per favorire i tanti padroni che li ammassano nei loro terreni e si servono di loro per poche decine di euro.
La lezione è quella di avere detto no. Plausibile che il loro comportamento, a quanto pare irritato dalle continue provocazioni di alcuni personaggi del luogo, sia frutto di una forma mentis che non prevede l’imposizione del silenzio a tempo indeterminato.
Niente di strano che anche in Sicilia possa accadere prima o poi la stessa situazione di Rosarno, visto che, in molti periodi dell’anno, passando per le campagne della nostra isola sembra di trovarsi a Tara e di intravedere, tra olivi e viti, la simpatica figura di Mami. Lo Stato dov’è?
È importante non sottovalutare questa preoccupante reazione allo sfruttamento, soprattutto alla luce dei fatti del litorale domiziano di alcuni mesi fa. Fare finta di non accorgersi della realtà sociale e non salvaguardare anche le più elementari norme sulla tutela del lavoro può essere molto nocivo e rafforzare le posizioni di taluni “datori di lavoro”.
Un processo di rinnovamento del mondo agricolo e delle successive catene di distribuzione e vendita sui mercati sarebbe auspicabile. L’agricoltura potrebbe rappresentare ancora una fonte di benessere e di lavoro, prima di tutto per tanti giovani del nostro paese. Lavoro legale e ben pagato.
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