Tre metri sopra la croce

«Quello che devi fare fallo al più presto» (Giovanni 13,27), è il grido che lanciano le ex-dipendenti del servizio Emergenza Infanzia 114 dall’alto del campanile della splendida chiesa di S. Francesco Saverio all’Albergheria, che hanno occupato da ieri sera, al Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna, affinché si faccia immediata chiarezza sull’incresciosa situazione che si sta verificando nella delicata gestione di un servizio di fondamentale e spesso vitale importanza come quello dell’emergenza ai bambini in pericolo.

Dura ormai da quasi due mesi questo contrasto al demansionamento qualitativo causato dalla sostituzione di oltre 30 laureate con l’ingresso di giovanissimi volontari del servizio civile.

La Onlus, forse promuovendosi a società per azioni capace di aver razionalizzato le spese, non ha minimamente cognizione dei gravi danni e disservizi che i piccoli subiscono proprio a causa di questa iniziativa.

E tutto questo puntualizzando che, per la proroga fino ad aprile da parte del ministero, viene incluso lo stesso aiuto economico finora previsto. In poche parole, l’ente percepisce i soldi per gestire il numero di emergenza 114 utilizzando i volontari del servizio civile pagati dallo stato, sovrapponendo questi ultimi a responsabilità di non loro pertinenza.

Chissà se dall’alto di un campanile il loro grido verrà ascoltato, ci vorrebbe un miracolo.

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Dalla parte dei bambini

Se nel panorama siciliano potevamo segnalare casi di eccellenza di cui essere orgogliosi, sicuramente non si poteva fare a meno di citare il lavoro compiuto giorno dopo giorno dalle operatrici dell’indispensabile servizio di Emergenza Infanzia 114 del Telefono Azzurro.

Dopo il mancato rinnovo di 25 operatori del 31 dicembre scorso, nonostante la proroga di convenzione fino ad aprile 2010 da parte del Ministero delle Pari Opportunità all’associazione Telefono Azzurro, l’articolo di ieri sulla Repubblica, a firma Emanuele Lauria (palermo.repubblica.it), la dice lunga sull’ennesimo disinganno italiano.

È ormai un trend il decrescente livello qualitativo dei servizi offerti al pubblico. Si deve riscontrare, con rammarico, un divario sempre più ampio tra la qualità dei servizi promessi ai cittadini e la loro concreta attuazione. Dall’utilizzo di militari per velare i tagli alle forze dell’ordine fino a quest’ultimo esempio di vitale servizio in difesa dei bambini, affidato ora a zelanti, ma sventurati e non formati volontari del Servizio Civile che espongono le loro responsabilità molto al di sopra delle loro attinenze.

A fronte di un comunicato informativo sul sito istituzionale (www.azzurro.it) che promette di mantenere gli elevati standard di efficacia di prima, viene da chiedersi che attinenza abbia riportare che i casi di emergenza gestiti sono in linea con le statistiche degli anni scorsi. Il numero dei casi non dipendono certo dalla qualità degli operatori e questo non fa altro che alimentare le preoccupazioni. La qualità è determinante per affrontare e chiudere con buon esito l’intervento di urgenza. Come più spesso accade, tutto viene condensato in numeri privi di significato. E che questo lo faccia una onlus di interesse nazionale come Telefono Azzurro è inquietante…

Basta leggere le “Storie di Emergenza” sul sito www.114.it per sperare che non ci sia bisogno dell’ennesima tragedia nazionale per fare venire fuori la questione.

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Nero lavoro

Siamo sicuri che in Calabria il problema sono loro, gli immigrati? O chi da loro ottiene il massimo rendimento?

Il loro è un modo di reagire ad un sistema di sfruttamento della manovalanza che li esaspera. Forse è il caso di prendere una lezione da tutti questi uomini vessati, maltrattati e sottopagati che sono costretti a vivere in una situazione di perenne miseria per favorire i tanti padroni che li ammassano nei loro terreni e si servono di loro per poche decine di euro.

La lezione è quella di avere detto no. Plausibile che il loro comportamento, a quanto pare irritato dalle continue provocazioni di alcuni personaggi del luogo, sia frutto di una forma mentis che non prevede l’imposizione del silenzio a tempo indeterminato.

Niente di strano che anche in Sicilia possa accadere prima o poi la stessa situazione di Rosarno, visto che, in molti periodi dell’anno, passando per le campagne della nostra isola sembra di trovarsi a Tara e di intravedere, tra olivi e viti, la simpatica figura di Mami. Lo Stato dov’è?

È importante non sottovalutare questa preoccupante reazione allo sfruttamento, soprattutto alla luce dei fatti del litorale domiziano di alcuni mesi fa. Fare finta di non accorgersi della realtà sociale e non salvaguardare anche le più elementari norme sulla tutela del lavoro può essere molto nocivo e rafforzare le posizioni di taluni “datori di lavoro”.

Un processo di rinnovamento del mondo agricolo e delle successive catene di distribuzione e vendita sui mercati sarebbe auspicabile. L’agricoltura potrebbe rappresentare ancora una fonte di benessere e  di lavoro, prima di tutto per tanti giovani del nostro paese. Lavoro legale e ben pagato.

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Fiat Termini Imerese, rischio declino sociale

Ciò che rende perplessi è come si possa giocare sulla pelle di migliaia di famiglie solo per un pretto gioco di numeri.

Il presidente Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, presidente Telethon dal giugno scorso, forse dovrebbe avere più sensibilità e sforzarsi di trovare insieme alla Regione Siciliana una soluzione alla situazione degli operai degli stabilimenti di Termini Imerese, magari ricordandosi di quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo nominò ambasciatore del Made in Italy nel mondo.

Costruire auto in Polonia con gli operai pagati a 400 € al mese, è forse il modo più congruo per rappresentare tale “attribuzione”? Potrebbe andare bene la riconversione, con il tempo, ma intanto è giusto che la casa torinese si prenda le giuste responsabilità e si mobiliti per una concreta soluzione, visto gli oneri che la nostra regione ha tributato alla casa automobilistica.

La caduta di Termini avrebbe conseguenze ben più vaste del solo territorio imerese, è il declino sociale potrebbe portare a conseguenze facilmente prevedibili. Che la Sicilia non resti solo mercato, ma le sia data la possibilità di diventare parte attiva nei processi di produzione. Perché non pensare alla realizzazione di vetture a consumo alternativo? Nella necessità del rispetto per l’ambiente si potrebbe intravedere uno spiraglio per un futuro migliore, a Termini ed in tutta l’isola.

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